martedì 1 marzo 2011

FEDERALISMO: COME FUNZIONA E CHI PAGA.


Il Federalismo, così come vogliono propinarcelo, è un gran pasticcio. Tuttavia è destinato ad incidere sulle tasche dei cittadini e a cambiare, certamente non in modo rivoluzionario come vorrebbe far credere la Lega, i sistemi di finanziamento dallo Stato alle Regioni e agli enti locali (Comuni e Province).
Welfare, salute, assistenza, scuola, rifiuti, trasporti locali costituiscono la materia del contendere.
Per semplificare l’argomento può essere diviso in tre capitoli:
  1. Il primo riguardante i Comuni è stato bocciato dalla commissione bilaterale, ha trovato il veto del Presidente della repubblica Napolitano e dovrà tornare all’esame alla Camera. Il PD nonostante abbia collaborato e visto accolte molte delle sue proposte migliorative sarà costretto a votare contro, a causa dell’ostilità della maggioranza su alcuni punti qualificanti, come l’assenza di un fondo perequativo che supporti i Comuni svantaggiati (i piccoli rispetto ai grandi, quelli privi di attrattive turistiche rispetto a quelli che ne hanno). In secondo luogo manca ogni base per una vera autonomia fiscale, in quanto, abolita l’Ici sulla prima casa, il governo rifiuta l’introduzione di un altro tipo di imposta comunale sull’abitazione, come del resto esiste in quasi tutti i paesi del mondo (in genere in base ai mq). Viene, invece, sbloccata la possibilità di introdurre un’ addizionale Irpef (pagata all’80% dai lavoratori dipendenti e dai pensionati) e introdotta, al posto della vecchia Ici, una imposta municipale (Imu) sugli immobili ad uso economico (artigiani e imprese). Nel complesso traspare un’ aspirazione a salvaguardare la rendita e a penalizzare il lavoro.
  2. Il secondo capitolo, ora in discussione in commissione bicamerale, si occupa delle Regioni e della Sanità. Al centro vi è l’introduzione del “costo standard” a cui le Regioni e gli enti locali dovrebbero attenersi per ogni servizio prestato. L’osservanza dello “standard” è condizione indispensabile per ottenere il rimborso proveniente dal trasferimento di un apposito fondo dallo Stato alle Regioni o enti. Il costo standard dovrebbe rispettare i criteri di efficienza, qualità e appropriatezza del servizio. Sembrerebbe tutto ovvio ma non è così. Manca, infatti, una parola fondamentale, almeno come aspirazione costituzionale, la parola eguaglianza (almeno per quanto riguarda il diritto alla salute). Essere curati in una regione d’Italia non è come essere curati in un’altra. Per limitare questa ingiustizia, difficilmente evitabile, si sono introdotti dei livelli di assistenza (Lea) e di prestazione (Lep). Ma anche questi livelli, che dovrebbero rappresentare il nucleo indispensabile per l’eguaglianza di ogni italiano, in termini di salute e di Welfare, sono ben lungi dal soddisfare principi paritari, neppure in termini tendenziali o come impegno programmatico, almeno per il prossimo decennio. Basta pensare al costo degli asili nido nelle varie città d’Italia, alla percentuale di ricorso a questi servizi che varia tra città e città, tra Nord e Sud.
  3. Il terzo capitolo non è ancora stato affrontato, ma riguarda il Mezzogiorno. Si può facilmente prevedere che, essendosi affievolito il valore della solidarietà nazionale, i costi standard da sovvenzionare per i Lea e i Lep, nel Sud tenderanno ad essere fissati su parametri ben lontani da quelli raggiungibili con mezzi propri. Già quest’anno Tremonti ha operato un taglio di 12 miliardi alle varie spese del Welfare per cui la discussione sui riparti e sui costi standard partirà da un ammontare inadeguato. Ad esempio il fondo sanitario nazionale ammonterà questa’anno a 106 miliardi, anche se certe previsioni di spesa ipotizzano una necessità di 140 miliardi. Per concludere quella che si sta svolgendo e che si intensificherà, se la legislatura non verrà interrotta, più che una battaglia sul federalismo consisterà in uno scontro sulle spartizioni dei fondi e in polemiche tra i campioni dell’efficienza e dei tagli e i difensori della qualità del sostegno. E le Regioni del Mezzogiorno partono ancor più svantaggiate, verificando i criteri di riparto per la Sanità utilizzati per il passato, basati su un voto ponderato tra numero degli abitanti e livello di età (la spesa è più alta per gli anziani). Bisognerebbe istituire un nuovo indice di correzione, come vorrebbe il centrosinistra, ma non sarà cosa facile perché la spesa pubblica è ai limiti della tollerabilità

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