Giovedì il Consiglio dei Ministri discuterà la riforma costituzionale della giustizia. Una riforma “epocale” come ha annunciato Berlusconi. Se tutto gli andrà per il meglio, questi disegni di legge potranno diventare legge a causa dei tempi tecnici di discussione e voto parlamentari verso la fine della legislatura (il governo ci arriverà?). Nel frattempo il polverone pubblicitario ha uno scopo immediato: tenere sotto botta i giudici che devono intervenire nei confronti di Berlusconi. Il Presidente del Consiglio fa la faccia feroce. In realtà fa paura. In questi giorni, per esempio, teme che le foto allegate ai fascicoli del caso Ruby possano venir fuori.
Prosegue intanto il lavorio per il rimpasto del governo, che doveva servire per pagare i debiti del calciomercato in Parlamento, ma che è diventato una causa di appetiti e guerre nella destra, anche in vista della ristrutturazione del Pdl. L’ex ministro Scajola avrebbe voluto tornare in campo (quello della casa che gli avevano pagato a sua insaputa), ma dell’Utri (condannato in appello a sette anni per i rapporti con la Mafia) ha detto di no: il Pdl deve restare nelle mani del coordinatore Verdini (anche lui indagato a vario titolo).
Ieri il Partito democratico ha denunciato che il Presidente del Consiglio ha investimenti personali insieme ai libici: “ Berlusconi recida i legami con i fondi libici “. Si tratta della quota del 10% che, attraverso una società con sede a Malta, il fondo sovrano libico Lia detiene in Quinta Communications, la società di cinema e televisione in cui Berlusconi attraverso Fininvest è socio del finanziere franco-tunisino Tarak Ben Ammar.
I CONTI DA FARE CON LIBIA
Mentre permane l’immobilismo del governo di fronte ai tragici eventi libici, si stanno studiando le possibili ripercussioni sui nostri conti.
Il Messaggero pubblica: “ c’è un numero che in queste ore circola in Confindustria: 23 miliardi di dollari. E’ il prezzo che l’Italia rischia di pagare per il petrolio che si sta facendo sempre più prezioso. Un prezzo che porta con se una lunga scia di dolori: costi di produzione in salita, inflazione più alta, crescita ridotta, meno occupazione. Una spirale senza fine. I calcoli li hanno fatti gli economisti di Confindustria. Basta prendere il livello attuale del prezzo del greggio, 115 dollari al barile, e proiettarlo su base annua. Risultato alla fine del 2011 la bolletta energetica italiana salirebbe da 53 a 78 miliardi. Una mazzata tremenda “.
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